venerdì, Agosto 28, 2026
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Il ragazzo del trampolino. Intervista a Matteo Santoro

Matteo Santoro non ha bisogno di presentazioni. Basta sfogliare un qualsiasi quotidiano sportivo o digitare il suo nome su Google. Basta aprire un social. Il più giovane atleta a vincere una medaglia europea nei tuffi, a soli 14 anni. Campione d’Europa a Budapest 2021, campione del mondo lo scorso luglio a Singapore, entrambi nel trampolino da 3 metri sincronizzato, entrambi in coppia con Chiara Pellacani, più di un’amica, una sorella. E sono solo i successi più importanti di un atleta appena diciottenne. Eppure, Matteo è un ragazzo come tanti. Esce con gli amici ma non disdegna un po’ di solitudine, ascolta tanta musica (non la trap!), è scaramantico e metodico, e ama il tennis. Studia e si allena a Miami, la “città perfetta”, grazie a una borsa di studio. E poi, ovviamente, è uno dei nostri. Socio del Circolo ancora prima di nascere, tra una canzone e un tramonto sull’Ocean Drive, sogna i pranzi della domenica in riva al Tevere. E non vede l’ora di riviverli.

Matteo, cominciamo dal principio. Come mai proprio i tuffi?

Ho iniziato che avevo tre anni, quindi è tosta trovare una “ragione” a questa scelta. Mi raccontano che ero un bambino iperattivo, smaniavo sempre di fare qualcosa. Mia sorella già praticava questo sport e allora è stato naturale seguire le sue orme, al punto che mi sono tuffato ancora prima di imparare a nuotare!

Da principiante ti chiedo: come si fa a vincere quella sorta di paura, di vertigine che si prova nel tuffarsi? Lanciarsi nel vuoto, roteare…è qualcosa che riesce naturale?

No, per niente. La paura di cui parli, la ‘strizza’ diciamo, non si supera mai del tutto. Può succedere che si trasformi in adrenalina, e che col tempo e con l’allenamento ci faccia l’abitudine. Ma quando impari un tuffo nuovo, ecco che la paura torna. Fa parte del gioco.

Pensi che sia più facile imparare da piccoli, o si può diventare bravi anche da adulti?

Tuffi è uno sport un po’ ‘complicato’, perché richiede tantissima tecnica e una certa confidenza con l’acqua. Sono già due requisiti non banali. Io dico: prima cominci e meglio è. Magari non per forza a tre anni, come ho fatto io, ma l’ideale sarebbe entro i dieci.
Oppure si può iniziare anche più tardi, se hai già praticato discipline per certi versi simili, come la ginnastica artistica.

Che rapporto hai con la tua famiglia? I tuoi genitori ti hanno sostenuto in questo percorso?

Mi hanno sostenuto sempre, non solo nei successi, ma anche nei momenti difficili. Quando ero bambino ricordo che volevo addirittura smettere, e sono stati loro a spronarmi a non mollare. E meno male!

Di solito ti dicono che devi pensare a studiare, invece a te hanno dato fiducia

Ma devo comunque studiare (ride). Per loro è fondamentale che prosegua negli studi, a prescindere da tutto il resto. Però credono anche molto nello sport, nei suoi valori e nei benefici che dà. Forse perché in famiglia siamo tutti sportivi.

Torniamo sul trampolino: a cosa pensi mentre ti tuffi?

È una domanda che mi è stata fatta molte volte e ogni volta mi tocca dare questa risposta un po’ deludente: niente. Non penso letteralmente a niente, solo al tuffo che devo fare, e neanche così tanto. Cerco di pensare il meno possibile, perché altrimenti mi faccio prendere dall’ansia e rischio di rovinare tutto. Imparare a svuotare la mente è molto utile. Mettiamola così: penso a pensare il meno possibile.

Hai qualche ‘rito’ che usi per concentrarti?

Sì, sono molto scaramantico. A inizio gara seguo una certa routine e, se il primo tuffo va bene, la ripeto durante ogni intermezzo tra un tuffo e l’altro. Altrimenti cambio. I rituali comunque sono sempre quelli, mettere le ciabatte in una certa posizione, gli asciugamani…so che non c’è niente di razionale, ma mi dà sicurezza.

Hai vinto nel trampolino da 1 e 3 metri, la tua specialità. Cosa cambia con altezze diverse, per esempio da 5 o 10 metri?

Fin dagli inizi, piano piano, impari a tuffarti da ogni altezza, sia dal trampolino che dalla piattaforma. Ecco, magari da piccolo eviti i 10 metri, però le basi della piattaforma le devi imparare. Poi, a seconda di quello che ti piace e in base alle tue doti fisiche, decidi tu in cosa specializzarti. Per esempio, il trampolino ha il problema che se sei troppo leggero non riesci a darti una spinta sufficiente. Non dico che devi essere un bisonte, però po’ più pesante rispetto a un piattaformista che sfrutta la leggerezza per fare meno schizzi possibile.

Quale è il tuffo dove ti senti più forte e quale invece il più ostico?

Il mio tuffo preferito…potrebbe essere il doppio mortale e mezzo con due avvitamenti. Il più difficile sicuramente il quadruplo e mezzo avanti raggruppato.

Se ti dico Europei di Budapest 2021…cosa ti ricorda?

Un ragazzino, alla sua prima grande vittoria. È stata un’emozione che non saprei nemmeno descrivere, anche se già mi sembra una vita fa. Però è un qualcosa che rimarrà sempre, è stata anche la prima gara internazionale con Chiara Pellacani.

Stavo proprio per chiederti di lei. Insieme siete inarrestabili, per cui mi tocca farti una domanda che di certo non ti sarà nuova: come descriveresti il vostro rapporto?

Con Chiara ci conosciamo fin da bambini, anche se lei è quattro anni più grande di me. È come una sorella, siamo sempre stati insieme, ci alleniamo insieme tutti i giorni e ci frequentiamo tanto anche nella vita privata. Tra l’altro, anche lei adesso studia qui a Miami. Non mi stanco mai della sua compagnia, ed è raro per me perché di solito tendo a reclamare i miei spazi dopo un po’ che sto con qualcuno. Con lei mi sembra naturale essere in due.

Lo scorso luglio a Singapore hai conquistato il titolo mondiale, a soli 18 anni. Se a questo aggiungiamo l’Europeo a 14 anni, possiamo considerarti il Lamine Yamal dei tuffi? Anche se lui per ora ha “solo” un Europeo…

La fama di Yamal è totalmente diversa dalla mia. Io cerco di mantenere tutto normale nella mia vita. Ho vinto il mondiale sì, ma sono sempre la stessa persona, non so come dire…me la vivo normalmente.

A volte la notorietà stravolge la vita, soprattutto dei più giovani. Ti è capitato di vivere dei cambiamenti?

Devo dire di no, è rimasto tutto come prima. Il mio stile di vita, i rapporti con la mia famiglia, le amicizie…evidentemente sono fortunato a essere circondato dalle persone giuste che mi vogliono bene.

Olimpiadi, Los Angeles 2028: ci pensi? Che obiettivo ti poni?

È il sogno di una vita, credo lo sia di tutti gli sportivi. E poi saranno proprio qui in America. Vedremo…abbiamo ancora un po’ di tempo!

Quale storia ti lega al Circolo?

Sono socio da quando sono nato, quindi posso dire che il Circolo è arrivato prima dei tuffi (ride). È un legame generazionale, sono soci i miei genitori e lo erano anche i miei nonni. Abitando a Ponte Milvio, il Circolo è a due passi e quando sono a Roma ci vado spesso con mio padre, è il nostro angolo di paradiso durante i pranzi della domenica. Mi manca tanto…adesso che ci penso mi manca veramente tanto.

Hai hobby, passioni, al di là dei tuffi? Ci sono altri sport che segui?

Sport quanti ne vuoi. Quando ero piccolo giocavo a tennis, oggi lo vivo più da spettatore ma mi piace un casino. Anche il padel è divertentissimo. Nel tempo libero mi piace uscire con gli amici, non amo stare a lungo da solo, anche se penso sia importante saper trascorrere del tempo con sé stessi. Però…a un certo punto basta!

Che rapporto hai con la musica?

Ascolto diversi generi, e la ascolto per ore. Mi piace un po’ di tutto. Anzi no, non tutto: non sopporto la trap.

A proposito di musica: hai avuto un privilegio riservato a pochi: l’inno italiano che suona per te. Che cosa hai provato in cima al podio?

Sensazioni assurde, incredibili. In questa disciplina l’inno non si sentiva da Tania Cagnotto, questo a volte mi dà una vaga idea di quello che abbiamo realizzato con Chiara. Quando a Singapore lo hanno suonato per noi ci siamo detti: “Ma sta succedendo davvero?”. È un’emozione che ti ripaga di ogni singolo sforzo.

Sogni per il futuro?

Sarò scontato, sicuramente le Olimpiadi. E poi godermi questa esperienza in America. Miami è la città perfetta per me: caldo tutto l’anno, sole, mare…e poi è un posto internazionale, nel senso che non ci sono solo statunitensi, ma trovi i sudamericani, gli italiani, tantissimi europei. È una città cosmopolita. Io conosco quattro lingue e qui mi capita di parlarle tutte e quattro ogni giorno. Ti restituisce una sensazione di libertà estrema. Non ti nascondo però che a volte casa mi manca.

Cosa ti manca di Roma più di tutto, a parte amici e famiglia?

Il cibo! (ride)

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